Slow Interiors
In un periodo in cui in ogni campo l’accidentato e talora sofferto tempo dell’apprendimento viene temporalmente azzerato in poche frazioni di secondo grazie all’impiego in ogni campo dell’AI, in grado di sopravanzare ogni percorso esperenziale rendendolo rapidamente obsoleto grazie alla comodità d’interazione che permette di giungere ovunque rapidamente al risultato finale, ho sentito l’impellente necessità di fermarmi ad osservare una realtà alla ricerca di un punto di partenza fisico definito e materico da cui inoltrarmi in un percorso reale tutto da immaginare. Ciò per consentirmi di evidenziare il valore aggiunto dell’essere in presenza e di evitare di raggiungere l’astrazione senza passare attraverso i vari stadi della trasformazione lasciando una traccia ben visibile e riconoscibile della realtà fisica da cui tutto è originato. Ho voluto quindi luoghi semplici dalle dimensioni sospese, attraverso i quali poter inventare lo spazio e così coglierlo attraverso un determinato campo visivo creando una sorta di still life, in cui la luce piatta pervade il tutto e ne supera i limiti, mentre il colore determina il carattere del luogo. Non è un metodo rigoroso ma una empirica ricerca di una “scorciatoia cognitiva” che possa rendere straordinario l’ordinario, trasfigurando la realtà fotografica per coglierne la bellezza, lasciandola affiorare lentamente e “spontaneamente” nella sua matericità vera e a volte contraddittoria, in quanto non omologata. Ho utilizzato una luce diffusa, una luce “lenta”, che consente al colore di disegnare i luoghi su di un foglio bianco, in assenza di ombra e di nero. Ho ricercato con ripetuti tentativi quelle atmosfere che, sospese fra reale ed immaginario, raccontassero la percezione degli spazi riflessa nella mia mente, popolata dai miei pensieri e in cui la liberatoria presenza del vuoto consentisse di scavare solchi capaci di guidare lo sguardo verso il punto di congiunzione finale del carattere e del pensiero, del colore e della luce. Il risultato è necessariamente imperfetto, grazie all’assenza di meccanismi artificiali di armonizzazione che potremmo associare ad algoritmi più o meno sofisticati. In questa ricercata imperfezione credo che questo progetto assolva alla sua dichiarata motivazione di percorso lentamente e faticosamente espletato interamente nel mondo reale.
Questo lavoro è pubblicato dal luglio 2026 su Dodho
Slow Interiors
In a time when, in every field, the bumpy and sometimes painful learning process is being temporally erased in a matter of fractions of a second due to the widespread use of AI, capable of surpassing any experiential path, rapidly rendering it obsolete thanks to the ease of interaction that allows one to quickly reach the final result anywhere, I felt the urgent need to pause and observe a reality, searching for a defined, physical and material starting point from which to embark on a real journey yet to be imagined. This allowed me to highlight the added value of being present and avoid reaching abstraction without passing through the various stages of transformation, leaving a clearly visible and recognizable trace of the physical reality from which everything originated. I therefore sought simple places with suspended dimensions, through which I could invent space and thus capture it through a specific field of vision, creating a sort of still life, in which flat light pervades everything and transcends its limits, while color determines the character of the place. It is not a rigorous method but an empirical search for a “cognitive shortcut” that can make the ordinary extraordinary, transfiguring photographic reality to capture its beauty, allowing it to emerge slowly and “spontaneously” in its true and sometimes contradictory, non-standardized materiality. I used a diffused light, a “slow” light, which allows color to outline places on a white sheet, in the absence of shadow and black. I repeatedly sought those atmospheres that, suspended between the real and the imaginary, would convey the perception of spaces reflected in my mind, populated by my thoughts, and in which the liberating presence of emptiness would allow me to carve furrows capable of guiding the gaze toward the final junction of character and thought, color and light. The result is necessarily imperfect, thanks to the absence of artificial harmonizing mechanisms that we might associate with more or less sophisticated algorithms. In this sought-after imperfection, I believe this project fulfills its stated purpose as a journey slowly and laboriously completed entirely in the real world.
This work has been published since July 2026 2026 on Dodho



















